Archivio per ottobre 2012

Scusate il ritardo   16 comments

Una volta ho letto un racconto breve (mi pare fosse di Calvino, ma potrebbe anche essere Stefano Benni, non potrei giurarci) il cui protagonista racconta il suo disagio di essere un uomo puntuale in un mondo di ritardatari. Il tipo, fatto il suo monologo, se ne va lasciando in terra una valigia. Che dopo poco, puntualmente, esplode facendo una strage.

La gente puntuale sta un po’ sul culo a tutti. Compreso Calvino. O Benni.

Viviamo in un mondo dove essere puntuali è da sfigati.  Meglio essere un po’ ritardatari. “Fashionably late” dicono gli Inglesi, elegantemente in ritardo.

Io, me tapina, sono una persona puntuale. Non maniaca ossessiva (oddio, spero!), ma in linea di massima puntuale. Soprattutto se l’appuntamento è in strada o in qualche luogo pubblico o se coinvolge bambini. Provateci voi ad aspettare fuori da un parco giochi, cinema o teatro con due o più bambini scalpitanti. Poi mi dite. Non mi piace far aspettare qualcuno su un marciapiede, nel migliore dei casi fa un po’ clochard, nel peggiore battona. Preferisco arrivare 5 minuti prima e guardarmi in pace la vetrina di Tiffany’s.

Intendiamoci, arrivare in ritardo capita a tutti.  Perché non trovi gli occhiali, o le chiavi di casa o le chiavi della macchina o il telefonino. O il traffico. O. Non è la fine del mondo.

Una volta un mio fidanzato, arrivò ad un appuntamento con ben 24 ore di ritardo. Però era un metro e novanta di scozzesone duro e puro,  tipo Braveheart, figurati se andavo a guardare tanto per il sottile.

Quello che non sopporto sono i ritardatari seriali. Che sistematicamente ti fanno aspettare all’incrocio 20 minuti. Che dieci minuti dopo l’appuntamento ti mandano il messaggino “Sto arrivando”.

L’anno scorso mi sono ritrovata con i miei due gnomi che uscivano di scuola quasi contemporaneamente da due edifici situati a due isolati l’uno dall’altro. Il che già a Settembre era complicato, non vi dico a Gennaio con la neve, la pioggia, la grandine e i lupi che scendono a valle affamati. No, questa me la sono inventata, ma credetemi, dove vivo io  a Gennaio i lupi affamati ci starebbero tutti.

Con un’altra mamma ci siamo organizzate per recuperare a turno i bambini . Una andava a prendere le due bimbe alla scuola materna, l’altra i due bimbi all’elementare  e poi ci si incontrava al parcheggione a metà strada. Facile no? Col cavolo! Mai che la tipa arrivasse in orario, non solo all’appuntamento con me, ma anche a prendere i bambini che le spettavano quel giorno. Un paio di volte mi ha fatto prendere un colpo, ritrovandomela allo stesso portone dove io aspettavo le bambine perché si era sbagliata di giorno. Un’altra volta che i suoi erano malati e non sono andati a scuola ha pensato bene di avvertirmi 5 minuti DOPO l’orario di uscita che lei non sarebbe andata e che dovevo arrangiarmi da me.

Forse io sono un po’ ipersensibile sull’argomento, ma per me arrivare sistematicamente in ritardo, equivale ad andare in giro con una maglietta con la scritta “Fottiti”, sottotitolo: “il mio tempo è più importante del tuo”.

Allora cara la mia mammasempreinritardo, ho una grande notizia per te. Per essere in ritardo sempre e comunque e farla franca, devi essere almeno un pediatra cardiochirurgo che ha appena finito di operare e allora arrivi con la mascherina ancora su e il bisturi in borsa. Oppure devi essere Mel Gibson e arrivare col kilt e la faccia pitturata di blu. Se no non sei ‘sta gran figa. Sei solo un po’ stronza. E a ‘sto giro a prendere i bambini a scuola ti arrangi con la tua baby sitter.

Pubblicato ottobre 24, 2012 da propriocomeaudrey in Uncategorized

It’s all random mom!   8 comments

**** Post ad alto contenuto di mammominkiaggine. Poi non dite che non vi avevo avvertito ****

“Epifania:  momento speciale in cui un qualsiasi oggetto della vita comune,

una persona, un episodio diventa “rivelatore” del vero significato della vita a chi percepisce il loro valore simbolico”

I momenti epifanici arrivano tutto di un colpo. Come le rughe o la palpebra cadente. Tu ti aspetti di invecchiare per gradi, gracefully dicono gli inglesi, e invece ti svegli una mattina e guardandoti allo specchio fai un salto indietro perché proprio non hai idea chi sia quella strega coi capelli dritti che ti fissa dall’altra parte dello specchio.

Il martedì il mio gnomo grande dopo la scuola va a mangiare e a fare i compiti da un suo amichetto. Io invece porto la gnoma e la sua amichetta Polly (sorella dell’amico del nanetto) a danza. Trattasi di organizzazione ferrea militare che prevede di ricordare allo gnomo che è piuttosto scordarello che quel giorno deve uscire da un cancello diverso, aspettare al cancello il suo amico (non sono nella stessa classe) e salire sullo stesso scuolabus del suo amico, altrimenti finisce in Germania e capace che mi chiedono di pagare una cauzione per recuperarlo. Ogni martedì lo gnomozzo viene provvisto di:

Euri 4 per pagare lo scuolabus (in monete spicce perché se pure scordarello mio figlio a fare la cresta non lo batte nessuno)

Vecchio telefonino Nokia di quelli preistorici con cui non puoi fare il fico, scaricare pornazzi e/o giocare a Zombie Predators 2 the Return

Giacche, guanti, cappelli, teloni impermeabili militari e vari articoli da campeggio, insomma tutto il necessario per affrontare le intemperie locali. Qui ieri il termometro segnava 3 gradi. E non aggiungo altro.

Naturalmente ieri – martedì –  all’uscita di scuola si scatena il diluvio. Recupero la gnoma e la sua amica, zaini e giacche grondanti di pioggia stipati alla meno peggio nel bagagliaio, bimbe sul seggiolino, cinture di sicurezza. Ok si parte. Però continuavo a pensare. Che forse lo gnomo  sotto la pioggia non avrebbe trovato il suo amico. Che forse, non trovando  il suo amico sarebbe salito sul bus sbagliato. Che forse aveva lasciato il cellulare in classe . Che forse .

Al primo semaforo torno indietro. Giro dell’isolato, parcheggio adiacente alla piazzola da cui partono gli scuolabus. Mi dico che vado giusto a dare un’occhiata in caso qualcosa sia andato storto e gnomo si ritrovi da solo sotto la pioggia. Già scrivendolo mi rendo conto di quanto sia ridicolo. Gnomo ha nove anni, e pur avendo un piccolo problema di dislessia per cui non legge l’ora e si incarta sulle  tabelline e l’ortografia, è un tipo sveglio. Una volta, aveva 8 anni, durante la settimana bianca il bus del mini-club è ripartito dalle piste lasciandolo a terra. Gnomo si è fatto un paio km di piste su indicazione di un istruttore di un’ altra scuola ed è tornato all’albergo da solo. Al miniclub stavano per chiamare il soccorso alpino. Lui  non ha neanche pianto. E` uno tosto.

Mi aggiro nella piazzola degli scuolabus. Non sono ancora partiti, ma i bimbi sono già saliti visto il diluvio. Non ho idea di quale autobus mio figlio debba prendere ma voglio almeno assicurarmi  che non sia rimasto a terra. Mentre mi guardo intorno sento un tap tap dal vetro dell’autobus alla mia sinistra. Mi giro e vedo l’amico di mio figlio che mi fa ciao ciao con la manina. Le finestre sono chiuse ma l’amichetto mi fa cenno con la testa di guardare in fondo all’autobus, verso gli ultimi posti, dove ci sono quattro o cinque  sedili uno in fila all’altro.

Ed è lì che ho avuto il mio momento di epifania.

Vedo Gnomo, in piedi sul sedile che strilla qualcosa alla sua mano destra chiusa come se fosse un microfono. Mi rendo conto con orrore che sta cantando e che  un gruppo di altri sei bimbetti grida “Go! go!  Gno-mo! Go! Go!”  Però non si è perso e sembra si stia divertendo un sacco. Tempo cinque minuti e   l’autista arriverà a fargli un mega cazziatone e a ristabilire la disciplina. Guardo ancora una volta gnomo, con la maglietta fuori dai pantaloni, i capelli lunghi e l’aria da rockstar. Sembra un adolescente. E in quel momento ho visto il mio riflesso nel vetro del bus. Chi è questa donnetta ansiosa che va a snasare dietro agli affari di un figlio che, chiaramente, se la cava benissimo senza di lei? E soprattutto, con quel cappello a caciotta e gli occhiali da vista fregati a Fabio Fazio – li uso solo per guidare o per cercare figli dispersi alla fernata dell’autobus – sembra una signora di mezz’età! Altro che Audrey, lipstick and manicure. Se la vedesse suo figlio ….

E in quel momento, forse allertato dal suo amichetto, Gnomo si gira mi vede e sorride. Tira giù il finestrino (doppia mega cazziata dell’autista quando se ne accorge!) e mi grida nella pioggia  ” Oh ciao mà! Va tutto bene!! Tutto random !” Non ho idea di cosa voglia dire. Altro segno che sono una matusa di mezz’età che non capisce il gergo dei pre-adolescenti. Ma a mio figlio non sembra dispiacere. Non è scocciato che sia passata a vedere se era tutto random. Anzi, sembra contento.

E me ne torno alla macchina giurando di non farlo più. E soprattutto non con quel cappello e quegli occhiali.

Pubblicato ottobre 17, 2012 da propriocomeaudrey in Uncategorized

Volevo fare la fashion blogger …   18 comments

La grandissima Audrey Hepburn diceva che l’eleganza è una questione interiore.

Evidentemente non ha visto come andavo vestita alle elementari.

Negli anni ’70 ero troppo giovane per approfittare del sesso libero e dell’ LSD, ma non abbastanza per sfuggire ai colletti a punta, ai pantaloni a zampa d’elefante e agli zoccoli olandesi. Nelle foto di classe io e i miei compagni sembriamo usciti da una versione nanetta del musical “Air”. Una mia amichetta, la cui madre era leggermente più hard core delle altre, si sentì cacciare da un negozio dove era entrata seguendo la madre, al grido di “Scio` scio`, zingarella!”.

Nella foto di terza elementare indosso una camicia gialla canarino, una gonna folk a pieghe verde pisello e un gilet simil daino a frange color cacchetta. E non  è che i nostri genitori fossero dei sadici daltonici (non tutti, almeno). Semplicemente i vestiti per bambini erano una versione in miniatura delle brutture propinate in quegli anni agli adulti. Non esistevano le mini collezioni di Zara o di H&M ma solo dei tristissimi negozi chiamati con nomi atroci tipo “Hansel e Gretel abbigliamento per bambini” o “La piccola Fiammiferaia, confezioni per l’infanzia”. Già dal nome del negozio si capiva che le cose si mettevano male.

Nel quartiere romano dove sono nata e vissuta fino a quando avevo sette anni c’era un solo negozio di abbigliamento per bambini. Mi ricordo ancora le mani ossute della proprietaria che mi abbottonava il cappottino nuovo. Marrone. I cappottini negli anni settanta erano o marroni o grigio topo. Al massimo, se proprio ti diceva culo,  blu o  “ble” come diceva la proprietaria. Forse per darsi un tono alla francese. Chissà. Ancora mi ricordo il fastidio dietro il collo. I cappotti per bambini venivano prodotti con una lana speciale, probabilmente mischiata a fibre di crusca o a pezzi di filo spinato perchè pizzicavano come l’ortica.

“E` pura lana vergine!” insisteva la proprietaria “Vedrà che le durerà un bel po’ signora!”

“Come la scabbia” pensavo io.

Siccome a casa di soldi ne giravano pochi, il cappottino nuovo veniva acquistato con l’aspettativa di durare almeno 3 anni. Col risultato che per il primo anno me lo portavo a strascico sulle caviglie e per l’ultimo abbottonato a forza come se stessi cercando di indossare i vestiti della mia Barbie. Esperienza che tutte le bambine dovrebbero fare per prepararsi a infilare – da grandi – i jeans di Zara.

E poi rivoluzione fu.

A quattordici anni, in concomitanza con l’inevitabile tempesta ormonale,  ho scoperto i negozietti dell’usato, ho iniziato il liceo, sono andata per la prima volta a Londra e mi sono innamorata di un amore unico, disperato e – grazie a dio – irripetibile. Questi quattro eventi in rapida successione mi hanno shakerata peggio che una Tequila boum boum. Ne è risultata una rivoluzione vestimentaria senza precedenti. In cinque anni di liceo credo di aver avuto più  look che fidanzati. Che è tutto dire.

In pricipio fu il Dark (una sorta di Emo ma con i neuroni attivi) , poi New Romantic (Madonna meets Cindy Lauper), poi ancora Rockabilly (Rizzo di Grease), Grunge (facile, basta non lavarsi ne’ i capelli ne’ i jeans per una settimana) e Modette e BCBG (se non mi lavo i capelli che almeno possa coprirli con un foulard Hermes!). Questo per citare quelli più riconoscibili. Di solito il mio armamento vestimentario era un’ accozzaglia di tutti i generi di cui sopra, più le immancabili Doc Martens nere.

E ancora oggi essere creativa con quello che mi metto addosso è un elemento essenziale della mia personalità. Ieri un amichetto di mio figlio si è complimentato per il mio look retro-chic: “Bello quel cappellino. Mi ricorda quei film dove c’è la guerra” e poi ha aggiunto per completezza di informazione “Sai Audrey, quando tu eri giovane!”

Pubblicato ottobre 3, 2012 da propriocomeaudrey in Uncategorized